Il nesso tra la crisi della verità nell’era digitale e l’ascesa della burocrazia come
sistema di verità oggettiva è profondo, ed evidenzia come questa dinamica distorca
la nostra cognizione della realtà socioeconomica.
La diffusione capillare di informazioni non controllate e di fake news con un fondo
di verità non mira solo a ingannare, ma distruggere la categoria stessa di verità.
Quando tutti mentono e i fatti vengono ridotti a semplici affermazioni contrapposte,
la ricerca della verità appare inutile e il senso con cui ci orientiamo nel mondo viene
meno.
L’obiettivo del caos informativo, la proliferazione di “tante verità” serve a rendere
irrilevante la verità stessa, scoraggiando la curiosità autonoma e le domande
critiche.
Il ruolo degli algoritmi e, quindi, dei sistemi digitali ottimizzano i contenuti per
l’engagement emotivo piuttosto che per l’accuratezza, spingendo verso una
radicalizzazione graduale all’interno di “fortezze cognitive” o camere dell’eco.
In questo scenario di fallimento delle grandi utopie e di incertezza epistemica, si
genera un vuoto di speranza che viene riempito da un sistema pervasivo di
regolamenti, divieti e procedure burocratiche. La burocrazia diventa l’unico ordine
procedurale capace di tenere insieme una società atomizzata.
In un’epoca definita dalla deculturazione (la rottura tra valori espliciti e abitudini
antropologiche), la burocrazia subisce una mutazione ontologica: smette di essere
uno strumento tecnico e diventa il criterio di definizione di ciò che è reale.
La procedura (il segno) si distacca dalla sua ragione sostanziale (ratio) e diventa
essa stessa la verità oggettiva della collettività; maschera le scelte morali e politiche
dietro un’apparente necessità tecnica, presentando ciò che è discutibile come
“naturale” o “oggettivo”, essa sottrae il potere al dibattito pubblico.
La burocrazia agisce come la lingua attraverso cui le organizzazioni pubbliche
interagiscono con la realtà; alleandosi con i “folkloremi” (pezzi di cultura
standardizzati), essa definisce l’identità dei popoli tramite norme.
L’espansione della norma trasforma radicalmente il modo in cui percepiamo i
fenomeni sociali ed economici, agendo come un filtro che deforma l’esperienza
vissuta.
Ma tutto questo come impatta sulle condizioni socioeconomiche percepite?
I burocrati filtrano il mondo restituendo solo una minima parte della realtà (circa il
2%), che viene però scambiata per la realtà integrale. Si tende a scambiare la
classificazione burocratica (la mappa) per la cosa reale (il territorio). Dire, ad
esempio, che una persona è “disabile al 67%” finisce per definire la sua intera
identità, ignorando la complessità della sua storia umana.
Questioni profondamente morali e politiche (come la povertà o la salute mentale)
vengono trattate come problemi tecnici di requisiti e soglie (es. punteggi ISEE). Se
un cittadino non rientra in una categoria, la sua sofferenza diventa invisibile e
“politicamente irrilevante”.
Gli individui iniziano a pensarsi attraverso le categorie del sistema, imparando a
“performare il bisogno” o a raccontarsi secondo diagnosi per ottenere diritti,
portando a una auto-interiorizzazione delle etichette burocratiche.
Ma, questa connessione tra burocrazia, perdita di una visione politica e
dell’importanza della ricerca della verità va oltre e incide in profondità sulla nostra
cognizione del reale.
La cognizione della realtà è ulteriormente ostacolata dalla struttura stessa delle
istituzioni moderne. Spezzando il nesso tra azione, conoscenza e responsabilità, la
frammentazione impedisce di vedere l’insieme del sistema. Ogni funzionario applica
la norma correttamente nel suo piccolo, ma nessuno è responsabile dell’esito umano
complessivo.
A questo punto, l’inefficacia della norma nel ridurre le disuguaglianze spinge verso
due estremi: l’ammirazione per sistemi sociali algoritmici (modello cinese), visti
come rivoluzioni burocratiche compiute, o il ritorno nostalgico a leader autoritari
che promettono di “reincarnare” l’umano contro la freddezza della macchina.
In sintesi, la proliferazione di disinformazione e l’espansione della burocrazia sono
due facce della stessa crisi epistemica: dove la verità condivisa scompare, la norma
burocratica e l’algoritmo diventano gli unici arbitri della realtà, trasformando i
cittadini in “agenti di moduli standardizzati” e rendendo invisibile l’imprevedibilità
delle storie umane.
La politica tende, allora, a sedurre (condurre a sé) e a recuperare nelle campagne
elettorali sempre più a carattere permanente, una propria autonomia dalla
burocrazia, promettendo e parlando ai singoli uomini, che non sono persone a tutto
tondo, o soggetti con una visione, ma rappresentano l’”uomo desiderante” (bisogni
indotti) e l’uomo lagnante (che reclama la difesa dei propri diritti).
È evidente che quelle narrazioni non hanno bisogno di una dimostrazione di
concreta fattibilità delle promesse seduttive, perché nessuno potrebbe e vorrebbe
mai fare la fatica di chiederne conto, ma soprattutto perché il non mantenimento
delle promesse politiche è ontologico.
Per essere onesti, i portavoce della politica – i politici – dovrebbero denunciare la
loro prevista e presumibile impotenza, in particolare rispetto alla burocrazia.
E, quindi, non può essere attrattiva una comunicazione politica che faccia
riferimento ad una visione, quando gli elettori non ne hanno una. Per fare un
esempio, di cosa intendo basta citare le lotte femministe anni ’60, che non lottavano
solo per difendere un diritto alla propria sicurezza o alla propria autonomia di
genere, ma per una nuova società, una cultura non patriarcale, mentre oggi al centro
c’è la difesa del proprio diritto ad essere unico o appartenere ad una categoria unica
(una delle tante lettere: lgbtq….), in cui, in questo contesto, la critica alla società
patriarcale è solo un meme correlato, residuo di lotte dei tempi andati.
In questo mondo fatto di narrazioni politiche e non solo, scollate dalla realtà, di
mancanza di una verità e di una visione, il “virtuale” trova le condizioni ottimali di
proliferazione, senza però che sia quel giocare al gioco della vita, simulando ruoli,
consapevoli di farlo, ma diventa, piuttosto, un adagiarsi ai giochi che confinano il
giocatore all’interno di un framework, fatto da regole burocratiche.
La mala informazione e la diffusione delle fakenews ha l’obiettivo, di fondo di
rendere inutile la ricerca della verità, perché esiste solo la verità della propria
morale personale e le uniche evidenze comprovanti una verità sono quelle
burocratiche, definite dai ruoli e dalle regole che determinano il comportamento di
chi ricopre quei ruoli, in cui non sono più le persone che danno vita al personaggio
rappresentato dal ruolo che svolgono, ma è questo personaggio a definire il sé di
quella persona.
A livello macro, dominare (da parte di chi ha il potere esecutivo) chi produce le
norme (potere legislativo) e chi verifica l’applicazione (potere giudiziario), è ancora
più inquietante del passato oppure, se proprio guardiamo al passato, assomiglia più
al pensiero delirante nazista-hitleriano che ad una semplice visione fascista.
A quel punto la burocrazia che trova la fonte di legittimità originaria nella morale di
dittatori come Trump o Putin traduce quella nell’unica verità possibile, in cui gli
imbonitori a capo del vapore, sono loro stessi imboniti, identificati nella verità che
loro stesso hanno creato e creduto oggettiva.
Ne consegue che, se queste sono le tendenze, non è possibile negoziare sulla base di
una ragionevolezza che i “detentori della verità morale” non comprendono, a meno
che non ne siano costretti. Questa è una delle ragioni profonde della infattibilità di
un tentativo negoziale, che non sia basato sulla forza.
In questo contesto, la nobile esortazione al non dotarsi di una forza indipendente
anche militare da parte di chi ha una visione differente non ha un fondamento reale.
Solo in presenza di qualche regola sovraordinata, morale e non solo burocratica può
determinare la possibilità di un contesto negoziale. Sovraordinata, appunto.
